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domenica, 13 aprile 2008

NUOVO BLOG

ABBIAMO CAMBIATO PIATTAFORMA, IL NUOVO INDIRIZZO E':

http://rosatreviso.blogspot.com/

postato da: amicidilamalfa alle ore 18:15 | link | commenti
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Bruno TabacciLunedì BRUNO TABACCI a Speciale Tg1 alle 14.50
 
Lunedì a Italia al voto su Rai1, alle 14.50, sarà presente il leader della Rosa Bianca, capolista alla camera in Lombardia per l’Unione di Centro.
postato da: amicidilamalfa alle ore 14:29 | link | commenti
categorie: bruno tabacci
sabato, 12 aprile 2008

Quando la politica è solo immagine non è più politica

Parlano di voto utile solo se dato a se stessi
Un Paese mal governato. Questo è stato l’Italia degli ultimi 14 anni. Basta guardare i dati sulle previsioni di crescita economica per il 2008. Sono maledettamente simili a quelli del 2007, del 2006, di tutti gli anni precedenti della Seconda Repubblica. Siamo indietro e rimaniamo sempre più indietro rispetto agli altri: Francia, Germania, Spagna. Per non parlare dell’Inghilterra. Loro crescono, noi stiamo fermi. Al massimo facciamo un passetto microscopico in avanti. In pratica significa che ci stiamo impoverendo. E’ andata così con Berlusconi al governo ed è andata così col centrosinistra a Palazzo Chigi. Ora ci vogliono convincere che sapranno governare meravigliosamente. Non capiscono che non li si può più prendere sul serio. D’altro canto è proprio il modo in cui si comportano ad essere poco serio: può un Paese in difficoltà aspettarsi una mano da aspiranti premier che passano il loro tempo a curare l’immagine anziché la sostanza? A cercare lo slogan ad effetto anziché le soluzioni giuste per affrontare i problemi dei loro concittadini? Per Berlusconi e Veltroni il problema è candidare o non candidare Ayda Yespica. Trovare qualche faccia telegenica per raccontare agli italiani che chiedono rinnovamento che sono pronti ad accontentarli. Quando l’unico rinnovamento che gli italiani vorrebbero dovrebbe cominciare proprio da loro. Candidano Umberto Veronesi e pensano che bastino nomi noti per guadagnarsi un voto in più. E’ il trionfo della politica-non politica, quella di plastica, di facciata. Non conta se sotto c’è la sostanza. Basta che faccia una buona impressione quel che si vede. Ma quel che si vede, ogni giorno che passa in questa campagna elettorale, è che sono uguali. La Casta. Parlano di voto utile solo se dato a se stessi. Lavorano insieme nelle commissioni di vigilanza per impedire a chi non la pensa come loro di avere spazio in televisione. Ragionano come se bastassero due persone a rappresentare tutte le speranze e le aspirazioni di milioni di italiani, senza avere un briciolo di cultura di governo. Non c’è di che rallegrarsi a guardarli. Ma sono vecchi. E lo sanno. (Bruno Tabacci)
 
postato da: amicidilamalfa alle ore 14:59 | link | commenti
categorie: berlusconi, veltroni, bruno tabacci
venerdì, 11 aprile 2008

La vera alternativa elettorale

 
 
Continuiamo ad affidare le sorti dell’Italia a presunti leader o alla flessibilità del Parlamento?
 
Nella vita politica è necessario tener conto di tutte le circostanze e di tutti i problemi ed adattare le soluzioni alla natura, alla complessità, alla difficoltà delle questioni da affrontare. E’ questa flessibilità che, insieme a molti difetti, ha costituito il pregio dell’esperienza del primo cinquantennio della Repubblica. E’ l’inflessibilità, la rigidità, l’incapacità di adattamento che rappresenta il difetto cruciale dell’esperienza che l’Italia sta vivendo dal 1994 in avanti.
Nelle scelte politiche è essenziale la scelta dei tempi. Una soluzione che potrebbe essere realizzata oggi da politici lungimiranti, disposti magari a non essere compresi immediatamente dall’opinione pubblica, potrebbe non essere più possibile domani, quando la stessa opinione pubblica se ne sia convinta.
Una visione anticipatrice è l’essenza della leadership politica, da non confondersi con la popolarità dei leader che è fondata essenzialmente sulla capacità di constatare e comunicare ciò che è sotto gli occhi di tutti. L’Italia ha sicuramente un discreto stock di leader politici capaci di coltivare la popolarità. Non sembra, giudicando obiettivamente dalle condizioni in cui il paese si trova, che essa disponga oggi della leadership politica di cui avrebbe bisogno.
Sono passati ormai oltre 14 anni dalle elezioni del 1994 che marcarono il cambiamento della legge elettorale ed il mutamento della forma di Governo dal sistema parlamentare alla indicazione diretta del premier da parte dell’elettorato. E’ difficile evitare la conclusione che il bilancio di questa esperienza sia molto negativo. Si potrebbe citare, a riprova di questa affermazione, la deludente performance dell’economia italiana in tutti questi anni, la perdita costante di competitività, a partire dall’inizio degli anni ’90, sulla quale giustamente insiste spesso il Governatore della Banca d’Italia, la mancanza di significative riforme della Pubblica Amministrazione, dell’Università, del sistema pensionistico e così via.
In ambedue gli schieramenti si ripete, quasi come una litania, che tutto si può cambiare dei sistemi elettorali tranne quelle caratteristiche che danno (illusoriamente) al popolo il diritto e la possibilità di scegliere, al momento del voto, il governo, chi lo presiederà e la maggioranza parlamentare che dovrebbe consentire al leader prescelto dai cittadini di governare meglio il paese. E’ un essenziale diritto dei cittadini – si proclama a destra e a sinistra – quello di poter scegliere con il proprio voto il Governo.
Nel clima di antipolitica che si è creato nel paese, sostenere che il Parlamento sarebbe in grado – ed è stato in grado nel corso del dopoguerra – di fare scelte migliori e più sagge per il governo del paese è quasi una bestemmia. Si vuole – direbbero – sottrarre ai cittadini quella facoltà essenziale sperimentata in questi anni di scegliere i sindaci, i presidenti delle province, i presidenti delle regioni per restituirlo a quella casta politica che pensa solo a se stessa.
Ma la realtà del paese, dell’esperienza amara che si è compiuta in questi 14 anni di suffragio diretto per la scelta del Capo del Governo, dice che le cose non stanno così. I cittadini possono forse avere l’impressione di scegliere un Capo del Governo e si aspettano che questi abbia il potere di realizzare le cose che ha promesso. Ma i risultati dell’azione del Governo non confortano l’opinione che da questo potere loro attribuito essi abbiano tratto alcun beneficio.
 
 
postato da: amicidilamalfa alle ore 18:52 | link | commenti
categorie: unione di centro
giovedì, 10 aprile 2008

Quello che i giovani vorrebbero

 
Quello che Pdl e Pd non faranno: 1° Consiglio dei Ministri, il patto generazionale è invertito. Si va in pensione a 65 anni.
 
In periodo di vacche grasse, con milioni di lavoratori e poche centinaia di migliaia di pensionati, che oltretutto avevano una prospettiva di vita di pochi anni, fu stabilito, senza che la controparte potesse dissentire, quello che è definito un patto generazionale, che ha costituito l’ossatura del nostro sistema pensionistico: chi lavora contribuisce, con le ritenute sociali che versa agli Istituti previdenziali, a pagare le pensioni in essere.
È quindi sbagliato, quello che molti pensano, che i versamenti fatti servono per costruire la propria pensione. Si sta pagando la pensione agli attuali pensionati. La nostra verrà, a sua volta, pagata dalle nuove generazioni di lavoratori.
A prima vista, il sistema può apparire accettabile ed, infatti, ha funzionato per un bel po’ di anni finché, il numero dei pensionati è cresciuto a dismisura, anche per effetto dell’allungamento della vita media.
Oggi la situazione è tale che, mentre gli attuali lavoratori, con elevata anzianità di servizi, avranno una pensione di importo molto vicino al loro ultimo stipendio, e riceveranno una liquidazione proporzionata al periodo lavorativo, le nuove generazioni, quando andranno in pensione, percepiranno un importo mensile pari a circa il 40% dell’ultima retribuzione, e pertanto, per finanziarsi una pensione integrativa, dovranno rinunciare a percepire la liquidazione.
Questo è il regalo dei padri ai figli.
È tempo che il patto generazionale s’inverti. I genitori prolunghino l’attività lavorativa, continuando a versare i contributi, al fine di migliorare la situazione pensionistica dei propri figli.
mercoledì, 09 aprile 2008

Quale politica economica

 
Le proposte operative
 
Le proposte operative non mancano. E' sufficiente recepire il lungo elenco predisposto dall'Autorità garante della concorrenza e delle altre Autorità di settore e dar loro attuazione, nell'interesse dei consumatori che devono essere posti al centro delle diverse politiche da seguire. Un simile processo garantirà una maggiore apertura dell'Italia, l'applicazione di standard sempre più di stampo europeo ed occidentale. Ed alla caduta di queste barriere – giuridiche ed amministrative – non potrà che corrispondere un maggior flusso di investimenti stranieri. Che non solo contribuiranno ad elevare il livello di investimento complessivo, ma grazie al trasferimento di tecnologie potenzieranno la diffusione delle innovazioni accelerando il processo di modernizzazione dell'Italia.
Un simile intervento non può che essere di medio periodo. Deve partire da subito, ma i risultati si manifesteranno solo nel corso del tempo.
Le condizioni generali del Paese, tuttavia, non possono attendere. Richiedono interventi e soluzioni immediate: per arrestarne il declino, rimettere in moto il treno dell'economia, venire incontro alle esigenze dei ceti meno abbienti, le cui condizioni di vita sono duramente colpite dal conflitto distributivo imputabile alle mutate condizioni dell'economia internazionale.
Per realizzare un simile obiettivo diventa prioritario intervenire sull'offerta di lavoro. Favorire, specie nel Mezzogiorno, una maggiore occupazione. Aumentare i salari dei ceti meno abbienti e delle giovani generazioni. Accrescere il benessere individuale, stimolando la domanda interna, che, in questi anni, ha rappresentato il fattore più dinamico della pur limitata crescita economica.
E' ovvio che non basti aumentare i salari. Una loro crescita generalizzata, senza un contestuale aumento della produzione, avrebbe come effetto l'ulteriore sviluppo del processo inflazionistico ed il rischio di generare fenomeni di stagflatione, come già avvenuto nel corso degli anni '70. I salari possono crescere sono se aumenta la produzione, sia per effetto della maggiore produttività aziendale, che aumentando l'input di lavoro, specie nei settori trainanti dell'economia italiana.
L'offerta di lavoro può crescere attraverso politiche diverse ma convergenti. Esse riguardano l'età di pensionamento, che deve crescere in proporzione ai miglioramenti intervenuti nella vita media di ciascun individuo.
Politiche mirate di immigrazione, che consentano di reclutare all'estero la mano d'opera necessaria per realizzare quei lavori che sono rifiutati dai nostri concittadini. Una settimana lavorativa che non riproduca, nei fatti, l'esperienza francese delle "35 ore", che è stato il colpo mortale inferto alla sinistra di quel paese. Colpo dal quale non si è più sollevata, per gli effetti perniciosi prodotti sull'intera economia. Un modello di contrattazione collettiva che privilegi gli aumenti di reddito legati alla maggior produttività, da incentivare con adeguate politiche di carattere fiscale.
In Italia, il modello di un blando impegno, si è imposto per quanto riguarda il "lavoro dipendente". Le statistiche ufficiali – siano esse prodotte dall'ISTAT o dalla Banca d'Italia – mostrano un forte squilibrio nel carico di lavoro tra dipendenti ed indipendenti. Ed all'interno dei lavoratori dipendenti, tra pubblici e privati. Ne sono derivate squilibri in termini di contributo alla crescita del PIL e salari individuali. In Italia, i salari sono più bassi rispetto a Francia, Germania e Regno Unito di circa il 30 o il 40 per cento. Ma mentre per i lavoratori anziani, le differenze si annullano, sono le classi più giovani – quelle che hanno una maggiore propensione al consumo – a subirne il peso relativo.
Queste differenze trovano giustificazione sia nella diversa produttività, che nel minor numero di ore lavorate. Occorre accrescere sia l'una che l'altra.
Se si defiscalizzassero gli straordinari, ed i lavoratori dipendenti lavorassero un numero di ore analogo a quelle degli indipendenti, i salari potrebbero aumentare, fin da subito, del 25 per cento. Le entrate dello Stato, per gli effetti indotti di tipo keynesiano, crescerebbero, così come le entrate contributive. Il potenziale dell'economia passerebbe dall'1,5 al 2 per cento. L'effetto combinato di questi fattori porterebbe ad una riduzione del deficit pubblico.
Avremmo maggior benessere individuale, senza ulteriore inflazione; maggiore crescita economica, maggiori risorse pubbliche per accelerare il processo di modernizzazione del paese e ridurre, contestualmente, la pressione fiscale.
 
 
 
postato da: amicidilamalfa alle ore 19:36 | link | commenti
categorie: politica economica

Dall’Udc e dalla Rosa Bianca

 
logo_udc_2008Verso una nuova forza popolare
 
L'attuale sistema bipolare è entrato in una crisi irreversibile. L'eterogeneità delle coalizioni che si sono confrontate dal 1994 ad oggi rende impossibile l'attuazione di riforme strutturali provocando una pericolosa perdita di competitività dell'Italia sul piano del commercio mondiale.
Le ali estreme dei due schieramenti vivono una stagione di protagonismo che ingessa i governi e li rende incapaci di affrontare e risolvere i problemi del Paese: il grado di consapevolezza di questa crisi appare ormai diffuso. Le difficoltà in cui versano i riformisti dell’area dell’attuale maggioranza lo testimoniano: se da un lato la discesa in campo di Veltroni per la leadership del Partito Democratico potrebbe fornire un contributo ad aprire una nuova stagione, dall’altro il Manifesto dei coraggiosi di Rutelli denota quanto lungo ancora sia il cammino per un’emancipazione dai veti della sinistra radicale. A rendere ancora più instabile il quadro politico istituzionale è intervenuta una distorsiva personalizzazione della politica che blocca l'Italia intorno ad un bileaderismo statico: da una parte Berlusconi, dall'altra il fronte degli anti-berlusconiani guidato da Prodi. Due facce
della stessa medaglia: simul stabunt, simul cadent.
E’ nostro compito individuare una via d'uscita dalla crisi del sistema politico. Il nuovo partito, alternativo alla sinistra, distinto e distante dal populismo e dal particolarismo territoriale di una certa destra, deve essere in grado di affermare la centralità del rispetto delle regole democratiche al proprio interno ma soprattutto deve aprire il proprio orizzonte per aggregare le posizioni esterne di tutti coloro che nella società civile, nel mondo del volontariato e dell'associazionismo, della cultura, dell'economia e nella politica si riconoscono nell'analisi sulla crisi del sistema attuale e concordano su una soluzione che restituisca centralità alla grande area dei moderati, popolari e riformisti che nel Paese è da sempre maggioritaria.
Dobbiamo guardare insomma all'Udc di oggi come ad un punto di partenza verso un approdo più ampio e ambizioso. Per renderlo possibile c'è bisogno di costruire un nuovo grande partito, che vive di un regionalismo fondato sulla sussidiarietà verticale e che esprime, proprio attraverso una selezione vera sul territorio, un gruppo dirigente in grado di richiamare una forte attenzione nell'opinione pubblica di un Paese che guarda all'Europa federale. Un partito con un nucleo centrale snello e più impegnato nell’elaborazione politica che non nel controllo verticistico delle sue emanazioni territoriali e forte e radicato in periferia. (stralcio dal Manifesto di Subiaco del 20 luglio 2007)
 
martedì, 08 aprile 2008

 
 
 
logo_udc_2008I punti focali del programma dell’Unione di Centro

Non c'è solo la bandiera nuclearista, un nucleare vero, realisticamente realizzabile in 10-15 anni, non quello di chi vende bufale sugli impianti pronti in 5 anni.
Pier Ferdinando Casini, ha una terapia shock per il debito pubblico che parte dalle privatizzazioni: «Bisogna cedere le partecipazioni dello Stato in Eni, Enel, Finmeccanica. La svolta liberale passa anche da qui, da una cultura vera del mercato: applicata nei fatti e non solo enunciata. Se il Tesoro cedesse le partecipazioni residue si ridurrebbe il debito pubblico dal 105 all'80% del Pil. Solo grazie alla minore spesa in tassi di interessi si libererebbero 20 miliardi l'anno, una somma che da sola vale ben più di una manovra».
Si dovrà competerà sui mercati europei. Competition is competition. Bisogna cambiare mentalità: stiamo proponendo una rivoluzione culturale, me ne rendo conto. Non a caso parliamo di approccio gradualista e sempre guidato dal principio della seperazione tra proprietà pubblica delle reti e privatizzazione delle gestioni. Lo Stato deve disfarsi delle sue quote nel giro di due legislature, mi sembra un tempo realistico. Non va sottovalutato il fatto che anche abbattendo il debito pubblico si recuperano i margini per finalità sociali destinate ai ceti più deboli.
Privatizzate anche le municipalizzate, ipotizzato un Ddl nel solco di quello originale presentato da Linda Lanzillotta. Bisogna arrivare a gare pubbliche aperte come unica modalità di affidamento della gestione. Anche in questo caso può essere utile la leva fiscale per incentivare gli Enti locali a uscire dal capitale azionario delle società locali.
A proposito di leva fiscale. Non serve puntare a ridurre le aliquote Irpef come propone Veltroni: costa moltissimo e dà effetti poco percepibili perché troppo indistinti e neanche sufficienti al rilancio dei consumi e degli investimenti. Né ha senso puntare – come fa Berlusconi – su un quoziente familiare che in Italia è irrealizzabile e finisce per restare solo propaganda. La proposta è forti deduzioni legate al numero di figli, secondo un principio di defiscalizzazione selettiva: ad esempio rendendo detraibili integralmente le spese per i libri di testo, per le rette e la mensa degli asili nido e delle scuole materne. Con l'obiettivo finale di arrivare a riconoscere, di fatto, a ogni famiglia una sorta di cifra forfettaria per le spese di mantenimento dei figli.
Il tema fisco rimanda al tema evasione fiscale. Il Governo Prodi ha semplicemente inasprito le tasse a chi già le pagava soprattutto con l'operazione sugli studi di settore. La lotta all'evasione si fa ad esempio con la cedolare secca al 20% sugli affitti: riparte il mercato ed emerge una quota di affitti in nero, ma, principalmente con la creazione di un sistema di conflitti di interessi tra contribuenti che possa rendere conveniente l'emersione di nuovo gettito.
Sulla riduzione delle Province. Veltroni e la Lega propongono di eliminarle almeno nelle aree metropolitane. Le Province vanno abolite tutte. Il personale in esubero va ricollocato nella pubblica amministrazione.
Sul tema del clientelismo nella gestione della sanità. Va affrontato sottraendo alla politica la nomina dei manager e dei primari, con l'istituzione di un albo di esperti da cui le Regioni potranno attingere per le nomine. Si tratta di un elenco da istituire a livello nazionale sotto la supervisione del ministero della Sanità. La Sanità deve tutelare i malati e non i partiti.
La nuova saldatura tra leghismo del Nord e leghismo del Sud è dannoso, il compito della politica è farsi carico delle diversità e perseguire l'interesse nazionale. Non i particolarismi.
 Il tema del Nord in questo momento è il futuro di Malpensa.
Non è accettabile che Malpensa e Alitalia siano destinati a essere due fratelli siamesi. Così si affossano a vicenda e i problemi non si risolvono. Non è accettabile che si sia imposto a una compagnia di bandiera – che deve stare sul mercato – di trasferire risorse negli alberghi vicino a Malpensa con costi aggiuntivi fuori dal mondo. È stata una scelta scellerata fatta da almeno due governi.
La Banca d'Italia ha acceso un faro sulle norme di governance delle banche.
Va visto con molto favore il processo di aggregazione delle banche italiane: si è rafforzato il sistema economico ed è aumentata la competitività del Paese. Ma i comportamenti delle banche non sempre sono stati virtuosi: era da due anni che si conoscevano i rischi per il rialzo dei tassi sui mutui, ma gli istituti hanno continuato a piazzarli (facendo il loro interesse) senza avvertire la clientela di ciò che sarebbe potuto accadere. Oggi le stesse banche avvertono la questione etica e si impegnano su codici di comportamento, ma certo non possono scagliare la prima pietra.
lunedì, 07 aprile 2008

Questa sera dalle 20.30 Tabacci a Telelombardia

 
 
Bruno TabacciBruno Tabacci con Maroni, Colaninno, Mussi e La russa
 
Appuntamento televisivo importante questa sera per il leader della Rosa Bianca e capolista dell'Unione di Centro alla Camera in Lombardia 1 Bruno Tabacci. Su Telelombardia, visibile anche in tutta Italia sul canale 901 di Sky, Tabacci si confronterà dalle 20.30 alle 23 con Fabio Mussi della Sinistra Arcobaleno, Matteo Colaninno del Pd, Roberto Maroni della Lega e Ignazio Larussa del Pdl. Conduce David Parenzo.
postato da: amicidilamalfa alle ore 14:33 | link | commenti
categorie: bruno tabacci

L’unica via d’uscita, l’unico voto utile.

UNA ROSA PER FAR CRESCERE L’ITALIA
 
L’unico modo per rimettere a pasto i conti è sostenere la crescita. E per crescere di più bisogna tagliare la spesa improduttiva e clientelare, abbassare le aliquote, dopo aver attivato il “conflitto d’interessi tra contribuenti”, in modo da far emergere la ricchezza sommersa e fare privatizzazioni per abbattere il deficit. Su questo punto nemmeno l’autorevolissimo Tommaso Padoa-Schioppa ha dimostrato di potersi imporre. Nel Dpef la crescita alla fine della legislatura, nel 2011, fu stimata all’1,7%. Non al 3-3,5% della Spagna, dell’Irlanda o della Gran Bretagna. Perché, sospetto, che nemmeno lui credesse nella possibilità di fare di più per la crescita.
È stato un errore, l’asticella doveva essere alzata al 4-4,5% di crescita reale annua. Lo ha detto il governatore Draghi con grande chiarezza: è dagli inizi degli anni 90 che la produttività è stagnante, proprio gl’anni del duo polio politico. È lì che bisogna agire. Occorre rimuovere le cause di questa perdurante stasi. La vera questione è che il nuovo governo dovrà affrontare questo nodo, che poi vuol dire essenzialmente, totale flessibilità del mercato del lavoro, liberalizzazioni vere.
È esattamente quello che l’Economist ha sempre rimproverato a Berlusconi.
L’Italia in realtà avrebbe bisogno della signora Thatcher, invece noi siamo a sinistra di Blair senza aver avuto la Thatcher. Prodi ha continuato a presentare il tutto in termini di emergenza conti. Noi in realtà abbiamo bisogno di mettere a posto i conti attraverso la crescita.
Il problema non è avere il debito al 108% del Pil, bisogna guardare alla finanza pubblica nel suo complesso, allora sì che vi sono elementi strutturali da rimuovere.
È pensabile che, con l’allungamento della vita media, si vada in pensione a 58 o 60 anni?
Il vero problema non è il deficit, è lo stock del debito. Lo si abbatte non attraverso l’avanzo primario, ma con vendite, dismissioni del patrimonio pubblico, anche quello detenuto da Regioni ed enti locali (vedi l’Autostrada del Brennero), quindi alienazioni di beni immobili.
E poi, nel momento in cui, anche grazie alla riforma del “titolo V” varata dal centro-sinistra, le regioni hanno acquisito nuove e maggiori competenze, ha ancora senso avere le Province? No, vanno abolite tutte.