Le proposte operative
Le proposte operative non mancano. E' sufficiente recepire il lungo elenco predisposto dall'Autorità garante della concorrenza e delle altre Autorità di settore e dar loro attuazione, nell'interesse dei consumatori che devono essere posti al centro delle diverse politiche da seguire. Un simile processo garantirà una maggiore apertura dell'Italia, l'applicazione di standard sempre più di stampo europeo ed occidentale. Ed alla caduta di queste barriere – giuridiche ed amministrative – non potrà che corrispondere un maggior flusso di investimenti stranieri. Che non solo contribuiranno ad elevare il livello di investimento complessivo, ma grazie al trasferimento di tecnologie potenzieranno la diffusione delle innovazioni accelerando il processo di modernizzazione dell'Italia.
Un simile intervento non può che essere di medio periodo. Deve partire da subito, ma i risultati si manifesteranno solo nel corso del tempo.
Le condizioni generali del Paese, tuttavia, non possono attendere. Richiedono interventi e soluzioni immediate: per arrestarne il declino, rimettere in moto il treno dell'economia, venire incontro alle esigenze dei ceti meno abbienti, le cui condizioni di vita sono duramente colpite dal conflitto distributivo imputabile alle mutate condizioni dell'economia internazionale.
Per realizzare un simile obiettivo diventa prioritario intervenire sull'offerta di lavoro. Favorire, specie nel Mezzogiorno, una maggiore occupazione. Aumentare i salari dei ceti meno abbienti e delle giovani generazioni. Accrescere il benessere individuale, stimolando la domanda interna, che, in questi anni, ha rappresentato il fattore più dinamico della pur limitata crescita economica.
E' ovvio che non basti aumentare i salari. Una loro crescita generalizzata, senza un contestuale aumento della produzione, avrebbe come effetto l'ulteriore sviluppo del processo inflazionistico ed il rischio di generare fenomeni di stagflatione, come già avvenuto nel corso degli anni '70. I salari possono crescere sono se aumenta la produzione, sia per effetto della maggiore produttività aziendale, che aumentando l'input di lavoro, specie nei settori trainanti dell'economia italiana.
L'offerta di lavoro può crescere attraverso politiche diverse ma convergenti. Esse riguardano l'età di pensionamento, che deve crescere in proporzione ai miglioramenti intervenuti nella vita media di ciascun individuo.
Politiche mirate di immigrazione, che consentano di reclutare all'estero la mano d'opera necessaria per realizzare quei lavori che sono rifiutati dai nostri concittadini. Una settimana lavorativa che non riproduca, nei fatti, l'esperienza francese delle "35 ore", che è stato il colpo mortale inferto alla sinistra di quel paese. Colpo dal quale non si è più sollevata, per gli effetti perniciosi prodotti sull'intera economia. Un modello di contrattazione collettiva che privilegi gli aumenti di reddito legati alla maggior produttività, da incentivare con adeguate politiche di carattere fiscale.
In Italia, il modello di un blando impegno, si è imposto per quanto riguarda il "lavoro dipendente". Le statistiche ufficiali – siano esse prodotte dall'ISTAT o dalla Banca d'Italia – mostrano un forte squilibrio nel carico di lavoro tra dipendenti ed indipendenti. Ed all'interno dei lavoratori dipendenti, tra pubblici e privati. Ne sono derivate squilibri in termini di contributo alla crescita del PIL e salari individuali. In Italia, i salari sono più bassi rispetto a Francia, Germania e Regno Unito di circa il 30 o il 40 per cento. Ma mentre per i lavoratori anziani, le differenze si annullano, sono le classi più giovani – quelle che hanno una maggiore propensione al consumo – a subirne il peso relativo.
Queste differenze trovano giustificazione sia nella diversa produttività, che nel minor numero di ore lavorate. Occorre accrescere sia l'una che l'altra.
Se si defiscalizzassero gli straordinari, ed i lavoratori dipendenti lavorassero un numero di ore analogo a quelle degli indipendenti, i salari potrebbero aumentare, fin da subito, del 25 per cento. Le entrate dello Stato, per gli effetti indotti di tipo keynesiano, crescerebbero, così come le entrate contributive. Il potenziale dell'economia passerebbe dall'1,5 al 2 per cento. L'effetto combinato di questi fattori porterebbe ad una riduzione del deficit pubblico.
Avremmo maggior benessere individuale, senza ulteriore inflazione; maggiore crescita economica, maggiori risorse pubbliche per accelerare il processo di modernizzazione del paese e ridurre, contestualmente, la pressione fiscale.